Quando un giardino diventa un’esperienza: il progetto D’Uva per il Labirinto Borges

Nel 2021 un nuovo percorso di visita ha trasformato l’opera veneziana da labirinto da contemplare a racconto da attraversare e ascoltare

Venezia è una città nella quale perdersi non è necessariamente un errore. Le calli cambiano improvvisamente direzione, i ponti aprono prospettive inattese e l’acqua interrompe i percorsi, obbligando a tornare indietro o a scegliere un’altra strada.

È anche per questa natura profondamente labirintica che María Kodama volle realizzare proprio qui la versione europea del labirinto dedicato a Jorge Luis Borges.

Borges amava Venezia e aveva fatto del labirinto uno dei simboli centrali della propria opera: una metafora del tempo, dell’universo e delle possibilità che si moltiplicano davanti a ogni scelta. Kodama, sua compagna di vita, di studio e di viaggio, dopo la morte dello scrittore si dedicò alla tutela e alla diffusione della sua eredità culturale.

Il progetto, ispirato al racconto Il giardino dei sentieri che si biforcano, era stato concepito dall’architetto e diplomatico inglese Randoll Coate. Per la sua collocazione veneziana venne scelto il giardino dell’Isola di San Giorgio Maggiore, ai piedi della Manica Lunga: l’antico dormitorio benedettino trasformato da Michele De Lucchi in una grande biblioteca.

Inaugurato nel 2011, nel venticinquesimo anniversario della morte di Borges, il Labirinto è composto da oltre 3.200 piante di bosso. Visto dall’alto appare come un grande libro aperto, nel quale le siepi disegnano il nome dello scrittore e nascondono alcuni dei simboli più ricorrenti della sua opera: il bastone, gli specchi, le clessidre, la tigre, un punto interrogativo e le iniziali di María Kodama.

Per dieci anni, tuttavia, il pubblico poté ammirare questo straordinario disegno soprattutto dalla terrazza del Centro Vittore Branca. Il Labirinto Borges era un’opera da osservare e interpretare a distanza. Mancava ancora la possibilità di entrare fisicamente nella sua trama.

La sfida: aprire il Labirinto senza tradirne il silenzio

Nel 2021, in occasione dei settant’anni della Fondazione Giorgio Cini, dei trentacinque anni dalla morte di Borges e del decennale del giardino, si presentò l’opportunità di aprire integralmente i suoi sentieri ai visitatori.

Non si trattava soltanto di rendere accessibile un nuovo spazio. La vera sfida era costruire un’esperienza capace di accompagnare il pubblico all’interno di un’opera complessa e stratificata, rispettandone il carattere contemplativo.

D’Uva, impegnata dal 2018 nella valorizzazione e nella gestione del sistema di visita dell’Isola di San Giorgio Maggiore, progettò il nuovo percorso e lo integrò con i servizi di accoglienza, prenotazione, biglietteria e visita.

L’obiettivo era trasformare il passaggio tra le siepi in un racconto vissuto in prima persona, senza sovrapporre alla suggestione del luogo una spiegazione eccessivamente didascalica.

Da un’intuizione di Ilaria D’Uva nacque la scelta di affidare alla musica il compito di guidare il visitatore.

La musica poteva attraversare le lingue, rispettare il silenzio del giardino e creare un rapporto intimo tra il percorso reale e l’universo immaginario di Borges. Non un semplice sottofondo, ma una drammaturgia sonora pensata per dialogare con il movimento, le deviazioni, l’attesa e il temporaneo disorientamento provocato dal Labirinto.

Una colonna sonora composta per il luogo

D’Uva commissionò ad Antonio Fresa una composizione originale dedicata al Labirinto Borges. Il progetto fu sviluppato con Paolo Iafelice e Adesiva Discografica e affidato all’esecuzione e alla registrazione dell’Orchestra del Teatro La Fenice.

Nacque così Walking the Labyrinth, una suite di oltre quindici minuti concepita come un viaggio attraverso il tempo e l’esistenza. La composizione procede simbolicamente a ritroso: dalla fine del respiro verso l’origine della vita.

I quattro movimenti accompagnano il visitatore attraverso altrettanti stati emotivi. Dall’evaporazione e dalla perdita si passa alla solidità dell’età adulta, richiamata anche dal suono del bandoneón e dal legame di Borges con l’Argentina. Si entra poi nel caos, nel cuore ideale del Labirinto, prima di raggiungere un suono primordiale che riconduce all’inizio.

Anche la scrittura musicale contiene riferimenti borgesiani. Le strutture ritmiche, le ripetizioni e le variazioni richiamano l’idea di possibilità parallele e sentieri che, partendo da uno stesso punto, conducono ogni volta verso esiti differenti.

Ilaria D’Uva ha seguito il progetto come produttrice esecutiva, coordinandone la concezione artistica, la produzione musicale e l’integrazione all’interno dell’esperienza di visita.

La composizione ha inoltre superato i confini fisici del giardino, diventando un progetto discografico distribuito sulle piattaforme digitali: un modo per far viaggiare nel mondo il racconto sonoro nato sull’Isola di San Giorgio.

Quando l’audioguida diventa parte dell’opera

La musica venne inserita nelle audioguide multilingue consegnate ai visitatori. L’ascolto individuale permetteva a ciascuno di vivere il percorso secondo il proprio ritmo, pur all’interno di una narrazione comune.

Le cuffie creavano uno spazio personale, mentre il paesaggio continuava a manifestarsi attraverso il fruscio delle siepi, i cambiamenti della luce e le improvvise aperture verso il cielo e il campanile di San Giorgio.

L’audioguida assumeva così una funzione diversa da quella tradizionale. Non serviva soltanto a trasmettere informazioni, ma diventava parte integrante della regia dell’esperienza.

Il progetto sonoro fu inserito da D’Uva in un sistema più ampio di fruizione del patrimonio dell’Isola:

  • progettazione del percorso di visita;

  • prenotazione e vendita attraverso VisitCini;

  • accoglienza e organizzazione degli accessi;

  • gestione delle audioguide multilingue;

  • integrazione con gli altri percorsi della Fondazione Giorgio Cini;

  • collegamento con le Vatican Chapels, il complesso monumentale e il San Giorgio Café.

Il lavoro riguardò quindi l’intero viaggio del visitatore: dalla scoperta dell’esperienza e dalla prenotazione fino all’ingresso tra le siepi.

Un progetto che fece notizia

Il Labirinto aprì integralmente al pubblico l’11 giugno 2021. L’incontro tra letteratura, paesaggio, musica orchestrale e tecnologia per la visita attirò immediatamente l’attenzione dei media.

Il progetto fu raccontato, tra gli altri, da ANSA, la Repubblica, DOVE–Corriere della Sera, Vogue, Vanity Fair, Wired, Sky TG24, Artribune, Famiglia Cristiana ed Elle Decor.

A colpire fu soprattutto la trasformazione del punto di vista. Dall’alto, il Labirinto si mostra nella sua perfezione grafica; al suo interno, invece, il disegno scompare e il visitatore deve affidarsi al cammino, alla musica e alle proprie scelte.

Il progetto del Labirinto Borges mostra come la valorizzazione culturale possa nascere dall’ascolto profondo di un luogo. In questo caso non si trattava di aggiungere qualcosa al giardino, ma di trovare il linguaggio più adatto per permettere al pubblico di entrarvi davvero.

Dal 2021 il grande libro vegetale immaginato da Randoll Coate non si contempla più soltanto dall’alto. Si percorre, si ascolta e si vive.

E ogni visitatore, scegliendo la propria strada tra le siepi, costruisce una versione irripetibile del racconto.